“SIETE PIÙ GRECI VOI CALABRESI DEGLI ATENIESI”

di Emanuela Francesca Carbone, III C
Non ha dubbi il professor Emanuele Lelli, docente di latino e greco presso il Liceo classico “T. Tasso” e collaboratore del Dipartimento di studi greco-latini, italiani e scenico-musicali dell’Università “La Sapienza” di Roma: la Calabria, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia sono la memoria vivente di quella colonizzazione con cui i Greci, tra l’VIII e il VII secolo a. C., portarono nell’Italia meridionale suoni e parole, templi e teatri. L’idea, seducente e supportata da riscontri linguistici e antropologici, è stata il cuore di un interessantissimo incontro svoltosi giovedì 6 aprile nello scenario suggestivo della Biblioteca del Liceo Classico “B. Telesio” di Cosenza. A fare gli onori di casa il Dirigente, ingegnere Antonio Iaconianni e la Direttrice della Biblioteca, professoressa Antonella Giacoia. L’evento, che ha costituito anche un corso di formazione per docenti, è stato organizzato e moderato dalla professoressa Adelaide Fongoni, che da anni collabora con il professor Lelli nella realizzazione di numerose ricerche nel campo della letteratura e della filologia greca. Durante la presentazione dello studioso, la professoressa Fongoni ha enucleato dal corposo curriculum le più importanti iniziative culturali di cui il professore si è reso promotore negli anni, come la fondazione delle riviste Appunti Romani di Filologia e Poiesis. Bibliografia della poesia greca e bizantina, presentate all’Accademia dei Lincei e diventate strumenti bibliografici indispensabili per la comunità scientifica internazionale. Ha poi illustrato le sue più significative pubblicazioni, dai numerosi articoli apparsi su prestigiose riviste nazionali e internazionali agli interessanti saggi che spaziano dalla poesia ellenistica, alla letteratura scientifica e tecnica greca e latina, alla tradizione paremiografica.
Da alcuni anni dedica le sue ricerche alla cultura popolare antica e moderna, con un approccio ‘demofilologico’ che unisce etnografia e filologia classica. Tale approccio è efficacemente sintetizzato nella suggestiva copertina del suo ultimo volume, Sud antico. Diario di una ricerca tra filologia ed etnologia, pubblicato per la casa editrice Bompiani: nel quadrante superiore, due guerrieri greci, ritratti in una pittura vascolare, seduti l’uno di fronte all’altro, muovono le pedine di un antico gioco da tavolo; nel quadrante inferiore, due anziani di un paese dell’Italia meridionale, con una postura identica a quella dei due guerrieri, spostano pedine simili.
L’opera, frutto di una appassionata indagine sul campo condotta dall’autore nell’Italia meridionale, si presenta come un diario di viaggio: un viaggio reale intrapreso dall’autore dall’Aspromonte (alla comunità grecanica d’Aspromonte Lelli dedica particolare attenzione) alla Basilicata, dal Salento all’Abruzzo, dalla Sardegna alla Sicilia e, parallelamente, un ‘viaggio della memoria’, come l’autore stesso ama definire la sua ricerca. Partendo dai suoi studi filologici, attraverso lo spoglio degli autori greci e romani da Omero a Callimaco, da Apuleio a Petronio, il professore ha stilato un elenco di 500 credenze ordinate alfabeticamente in un Repertorio di 200 ‘lemmi’ che individuano realia appartenenti al mondo dell’agricoltura: si tratta di animali, oggetti di lavoro, eventi e gesti, di cui è stata evidenziata la sopravvivenza nella cultura delle popolazioni contadine del Sud Italia.
Attraverso la sua ricerca giunge ad un’osservazione importante: le persone da lui intervistate ricordano, in quantità rilevante, quasi solo le superstizioni attestate per la Grecia antica e/o da autori greci, non quelle attestate per il mondo romano. Ciò induce a riflettere sull’alto grado di continuità tra le tradizioni di queste popolazioni e la cultura della Magna Grecia classica e a concludere che in queste aree si deve parlare di credenze greche e romane e non greco-romane. Così per la lingua, un dialetto che presenta isoglosse tipiche dell’arcadico-cipriota e dunque tratti molto conservativi. Su questa base Gerhard Rohlfs, che negli anni Trenta venne a studiare la lingua di questi paesi, come gli anziani di Gallicianò ricordano allo stesso Lelli, sostenne la discendenza diretta del grecanico, e dei grecanici quindi, dai coloni magnogreci piuttosto che dai monaci basiliani del IX- X secolo, che pur ripopolarono queste zone. Grazie ad una sapiente capacità narrativa, la stessa che si ritrova nel libro (scritto sotto forma non di saggio specialistico rivolto soltanto a pochi esperti del settore, ma di racconto diaristico che scorre sul filo di una sintassi attenta alla qualità comunicativa), le parole del professor Lelli hanno catturato l’attenzione di una platea numerosa, composta non solo da tanti alunni del liceo “Telesio”, ma anche da docenti e cultori di una materia affascinante, che mette in relazione il mito con la storia, la letteratura con le tradizioni popolari.
Tra le pieghe della letteratura alta, tra le sillabe di un distico, oppure nelle parole funeste di una tragedia, si celano i lacci che legano in modo indissolubile il mondo della Grecia classica e la vita quotidiana dei contadini, dei pescatori, delle madri, dei figli. Valga un esempio per tutti: “Una donna anziana – ha raccontato Lelli – mi narrava, tra le lacrime, di una sua conoscente che aveva comprato la casa al figlio, con l’unica promessa di tenerla con sé e di non lasciarla sola. Il figlio si era poi sposato con una ‘francesa’, che dopo qualche mese aveva mandato via di casa la suocera. L’anziana donna, recatasi in piazza, si era scoperta il seno, esclamando: “Tanti gucci di latti ti dezzi, tanti gucci di sangu hai a versari”. Una maledizione, la stessa che Clitemnestra lancia al figlio Oreste nelle Coefore di Eschilo. “Prima di questa scoperta – ha precisato l’autore del libro – si pensava che quello di Clitemnestra fosse un gesto per muovere a pietà il figlio Oreste, ma il racconto popolare di quella donna ha svelato che si trattava di una maledizione molto nota nel mondo antico”.
Nucleo importante del lavoro di Lelli è lo studio sul culto dei morti, sui gesti, sulle abitudini e perfino sulle superstizioni che il mondo della religiosità popolare cristiana ha ereditato dal mondo pagano. La moneta, che una volta serviva a pagare Caronte, diventa moneta per San Pietro, mentre l’Acheronte, nero e insidioso fiume infernale, si trasforma nel luminoso Giordano, simbolo della rinascita. Come i Greci antichi, così i popoli meridionali hanno conservato a lungo, e ancora per certi aspetti conservano, l’uso di non modificare l’ambiente casalingo fino a quando il corpo del defunto non abbia lasciato il luogo in cui ha vissuto. E ancora i legami con la vita contadina, le pantomime per far sì che un albero infruttifero torni a far frutti, per non parlare degli antichi remedia passati dalla tradizione magnogreca alle nostre nonne.
Il fascino dell’argomento e la passione che traspariva dalle parole di Emanuele Lelli hanno rapito e incuriosito l’uditorio, che ha colto l’occasione per rivolgere al docente numerose domande.
Due ore trascorse come in una chiacchierata tra amici, anche perché, ha chiosato Lelli, “per me essere qui non è un onore, è un piacere”.

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